I cinque metodi, e che cosa perde ognuno
L’hashtag è il metodo più citato e il meno efficace. Raccoglie solo ciò che gli invitati scelgono di rendere pubblico, e sui social italiani di oggi chi pubblica a profilo aperto è una minoranza sempre più piccola: le foto migliori finiscono nelle storie, che scadono, o nei gruppi chiusi, che non vedrete. Inoltre non vi resta nessun file: avete uno screenshot di qualcosa che qualcun altro possiede.
La cartella condivisa su Drive o Dropbox sembra la soluzione ragionevole, e in effetti non perde qualità. Perde partecipazione: bisogna trovare il link, essere loggati con l’account giusto, aprire l’app dei file e caricare a mano. È una sequenza da scrivania, non da ricevimento, e infatti la completano sempre le stesse quattro persone.
Le macchinette usa e getta sui tavoli hanno il fascino giusto e il finale sbagliato: ventisette pose che finiscono prima dei dolci, il flash che non arriva in fondo alla sala, due macchinette che spariscono, e un conto dal laboratorio tre settimane dopo per scoprire che metà degli scatti è nera. Chiedere le foto dopo il matrimonio, infine, è il metodo peggiore in assoluto: tutti dicono di sì, quasi nessuno lo fa, perché al quarto giorno non è più una gentilezza ma un compito.
Resta la pagina di caricamento con QR code, che è il metodo per cui esiste Eventphoto.io. Gli invitati inquadrano il codice sul tavolo e caricano dal browser: niente da installare, niente da ricordare, e i file vengono salvati come sono stati scattati invece di arrivare schiacciati dalla chat. Con il piano a pagamento si caricano anche i video, e chi ha il codice vede la galleria condivisa mentre la serata è ancora in corso — che è il motivo per cui, dopo i primi tre caricamenti, cominciano a caricare anche tutti gli altri.